Prima era la musica estrema, poi i film violenti, poi i videogiochi. A turno, tutto questo e molto altro è stato incolpato di corrompere giovani (e meno giovani) menti, generare mostri, essere responsabile di violenze.
The devil made me do it, direbbe il buon Lucifer Samael Morningstar, nato dalla penna di Neil Gaiman nel fumetto Sandman del 1989, che già allora si ribellava all’idea che un agente esterno (lui, in questo caso) fosse la causa dei nostri peccati.

Oggi, ci sono i social media. Che oltre a ricevere l’eredità degli illustri predecessori, si prendono anche delle colpe nuove: FOMO, scarsa creatività nella comunicazione delle imprese, polarizzazione delle opinioni, dipendenza.
E insieme ai social l’ultimo colpevole da bruciare sul rogo paiono essere i Meta glasses, che pare ormai siano la causa di maniaci e molestatori di ogni tipo. Per non parlare dell’Intelligenza Artificiale.

Non sono una fan di Zuck e lungi da me imbarcarmi in una crociata a sua difesa.
Chi lavora sui social come me ben comprende i motivi per cui queste piattaforme godono di cattiva reputazione. Non sono tutti sbagliati, anzi. Ma lasciatemi dire che gran parte dei problemi legati ai social media deriva non (solo) dagli algoritmi che li regolano ma, in gran parte, dalle persone che li popolano.

In tutto questo, ad essere incolpato è sempre lo strumento, mai chi lo usa.
Meta ha progettato i suoi social per creare dipendenza? Certo che lo ha fatto. Ci sono sentenze in merito.
Questi tipi di meccanismi fanno presa soprattutto sulle giovani menti dei minori? Naturale che sia così.
Ma qualcuno si può chiedere questi minori chi li ha lasciati da soli davanti agli schermi a diventare dipendenti? (Qui semplifico una questione molto più complessa, naturalmente, non sto dicendo che esiste la responsabilità di una singola persona per questo).

Meta premia i contenuti polarizzanti, e quindi anche i contenuti di odio? Certo che lo fa.
Ma qualcuno si può chiedere questi contenuti di odio chi li ha scritti e perché? Cosa manca nel cervello di chi scrive un contenuto di odio e lo pubblica sui social media? Quale società, quali esperienze, quali frequentazioni lo hanno portato a scrivere quel contenuto? Me lo son sempre chiesto. Mi chiedo anche cosa manca nel cervello di chi quel pensiero di odio lo pensa e basta, se è per questo.
Se qualcuno urla una idiozia in un megafono, la colpa è del megafono o di chi ci urla dentro?
O, ancora, delle persone, società, condizioni che hanno messo una persona nelle condizioni di agire in quella maniera?

Cambiamo accusa? Eccone un’altra. Sui social ormai la maggior parte delle imprese ha una comunicazione appiattita sulle richieste degli algoritmi che regolano i social perché vuole che i propri contenuti abbiano più copertura e engagement.
Prima di tutto, non vale per tutti: ho il privilegio di conoscere direttamente brand e aziende che rifiutano di produrre contenuti polarizzanti e che fanno bandiera di una posizione che accoglie, ascolta e da spazio a una pluralità di opinioni, purché ben documentate e di interlocutori autorevoli, a cui assicura lo stesso rispetto.
(Attenzione qui che la distinzione è sottile, ho scritto una pluralità di opinioni, non tutte le opinioni. Perché sì, resto convinta che alcune opinioni non hanno diritto ad avere spazio. Non sono molte, ma mi è molto chiaro quali sono.)
Ho il privilegio di conoscere direttamente brand che non producono per nessuna ragione contenuti modellati su ciò che i social media spingono, ma che producono contenuti densi, solidi, verificati, mutando la forma, non la sostanza, e accettando che quei contenuti magari non diventeranno mai virali, ma li rispecchieranno in pieno.
E come seconda osservazione, mi chiederei se la responsabilità di una comunicazione appiattita è dell’algoritmo o di una impresa che è disposta ad abdicare a un contenuto di qualità per avere copertura o interazioni, per andare virale. Mi chiederei se la responsabilità di una comunicazione appiattita è dell’algoritmo o di una impresa che non sceglie strade diverse (online o offline) perché le idee originali o quelle coerenti con sé stessi richiedono budget, impegno, coraggio, fantasia, o tutti e quatto.

In altre parole, io vorrei che si iniziasse un pochino di più a pensare alla responsabilità individuale e collettiva sulle nostre azioni e meno alla responsabilità degli strumenti che queste azioni ci abilitano a compierle.

Significa che Zuck e compagni non devono essere controllati, sanzionati, regolati?
Certo che no.
Significa però che oltre a questo c’è molto altro che possiamo fare per non abdicare completamente ai loro algoritmi, anche qualora non vengano modificati, limitati, regolati.

Lo stesso vale per i Meta glasses. Se vengono usati per nefandezze la responsabilità è della telecamera incorporata nella bacchetta dell’occhiale o di chi quella telecamera la accende senza consenso?

Vogliamo parlare di un altro grande “colpevole” dei nostri giorni? L’Intelligenza Artificiale.
Lo dico chiaro: l’AI Slop è responsabilità di chi la produce e diffonde, non dell’IA. Se usi l’IA come una scorciatoia per non usare il cervello, il risultato lo mostrerà chiaramente.
Per fortuna, almeno in questo settore, c’è chi lo ha detto meglio di me.
Il Manifesto etico della scrittura con intelligenza artificiale (che ho sottoscritto, mi trovate nell’elenco dei firmatari) è un’iniziativa ideata da un comitato promotore (che include professionisti come Cristiano Carriero, Alessandro Vercellotti e Barbara Reverberi) per definire dieci principi volti a mantenere la responsabilità umana, il giudizio critico e la trasparenza quando si utilizzano strumenti di IA generativa.

Qui il Manifesto.

Forse, è il momento di continuare a combattere per dei regolamenti e dei controlli seri delle Big Tech, ma allo stesso tempo, ogni tanto, passare metaforicamente davanti a uno specchio, come individui e come società.
Se questo non succede, il rischio è che cambi lo strumento, non il risultato.

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